Il ritratto e la spiritualità del santo

Il ritratto – La spiritualità

È risaputo che il medioevo non ci ha lasciato ritratti. Anche di san Francesco non abbiamo nessuna vera imago. Nel medioevo un santo non veniva rappresentato nella sua individualità (ritratto), ma idealizzato nella sua funzione religiosa, sociale o politica.
Ciò non impedisce che sulla questione del vero e più antico “ritratto” di san Francesco si discuta da molti anni. In particolare sull’ affresco di Subiaco, che sarebbe stato dipinto durante la vita del Poverello, perché egli vi è raffigurato ancora senza le stimmate e senza il titolo di Santo, o anche sulla ben più famosa immagine del Cimabue nella Basilica inferiore del Santo ad Assisi. Immagine che sembra tradurre in pittura quanto il primo biografo del Santo, Tommaso da Celano fa nella Vita prima: “Di statura piuttosto piccola , testa regolare e rotonda, volto un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e tutto semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie diritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle diritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima”. Ma sappiamo bene come le immagini traducono visivamente il concetto teologico e nel caso di san Francesco, ciò significa che egli era proposto alla devozione come fondatore di un Ordine, con libro (la Regola) o croce, o anche con tutti e due nelle mani.
Tutte comunque con i segni delle stimmate che ne caratterizzano l’identità. Tale tematica appare in numerosi dipinti, dal XV al XVIII secolo, e si possono distinguere vari modi: il Santo a mezza figura le mani sul petto e con croce, libro e teschio, oppure seduto o in ginocchio su una pietra, o anche in piedi, con croce e libro. Esiste una sorta di aura di bellezza che circonda questa figura di santo, difficile da esprimere ma generalizzata: i posti dove ha vissuto, le pietre dove ha camminato, ciò che ha fatto. Bisogna pur affermare che per Francesco e per tutto il pensiero francescano la conoscenza di Dio è sempre di carattere “sperimentale”, affettiva, piuttosto che puramente concettuale o scolastica. Basterà ricordare forse l’episodio del Natale a Greccio. Dove Francesco desidera “in qualche modo vedere con gli occhi del corpo”, “canta con voce sonora il santo Vangelo”, “si passava la lingua sulle labbra ogni volta che pronunciava la parola “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, e che, infine, viene visto “destare”, toccare e accarezzare Gesù Bambino.
È dall’impressione delle stimmate nel settembre del 1224 sul monte della Verna che nasce il grido: Tu sei bellezza! Le Lodi all’Altissimo di Francesco, sono considerate appunto un esempio di preghiera affettiva, dove Dio, in altre parole, non è oggetto di riflessione teologica, ma piuttosto di “degustazione affettiva”. Forse, o proprio per ciò, Francesco si dimostra un autentico mistico cristiano. L’esperienza della bellezza che Francesco fa, è esperienza mistica, quando si vedono le cose nuove e trasformate perché le si è ricevute e guardate dal cuore di ogni realtà, Dio, “lo stesso autore della bellezza” (Sap 13,3). Davvero Francesco era diventato quel terso specchio in cui chiunque guarderà “imparerà ogni perfezione” (1 Celano 90: FF 477).
L’umiltà e l’ascetismo al quale si accompagnò l’opera del santo gli valse il nome di Alter Christus: da qui inizia l’esperienza della “fraternità”, nella quale ciascun membro è dunque un imitator Francisci, e dunque un imitator Christi. Appunto: specchio di perfezione. Nell’agiografia francescana sarà tutto un fiorire di questa immagine dello speculum virtutis.

Le ragioni della mostra

Il tema di san Francesco nell’arte è stato oggetto di numerosi studi fin da molto tempo e sarebbe impossibile nei limiti di questa Mostra dar conto di tutte le innumerevoli opere in pittura che hanno avuto al centro la figura del Santo di Assisi. Esula egualmente dal nostro intento illustrare l’influsso che la spiritualità francescana ha esercitato sull’arte europea per l’enfasi posta sull’umanità del Cristo e per l’interesse verso la natura e l’uomo, i suoi sentimenti e la sua psicologia.
Sono qui presentate solo alcune tipologie che nel corso dei secoli hanno fissato in Basilicata l’immagine del Santo in alcuni atteggiamenti o in alcuni episodi emblematici della sua vita. Per questo motivo la mostra Un Santo e la sua immagine ha scelto di concentrarsi soltanto su alcuni aspetti della sua vasta iconografia. Si è volontariamente limitato il numero delle opere esposte e si è circoscritta la portata cronologica di questa rassegna delle rappresentazioni del santo.
La mostra ha perseguito invece altri obiettivi. Quello fondamentale è l’accostarsi intimamente al santo, sul piano non solo estetico, ma anche devozionale, un colloquio a tu per tu con colui che portò impresse nella carne i segni della passione di Cristo. La mostra consta di tre gruppi di opere distinte, selezionate per motivi diversi. Il primo gruppo ci mostra solo la figura del santo: una visione breve e fugace, ma, auspichiamo, intensa. Nella parte centrale la mostra presenta uno degli episodi fondamentali nella vita del santo di Assisi, ha per soggetto il privilegio più grande che il cielo concesse a san Francesco: la visione alla Porziuncola e l’indulgenza plenaria, il cosiddetto “Perdono d’Assisi”. Il terzo gruppo di opere comprende lo sviluppo devozionale avutosi nei secoli e legato essenzialmente alla figura della Madonna, opere che esemplificano con tanta bellezza e perizia pittorica l’atto d’amore nell’unione tra l’uomo e il cielo.
Un discorso a parte è l’ultima sezione dedicata ai bellissimi polittici che sono su tutto il territorio lucano e che qui vengono presentati in un percorso multimediale. La fragilità di alcune opere, il precario stato di conservazione di altre, e la conseguente impossibilità di farle viaggiare ci hanno costretti a rinunciare ad alcune interessanti opere. Ad ogni modo, nell’impostare la mostra ci ha guidati sin dal principio un intento, che ci ha fatto da stella polare: servire ugualmente la storia e lo sguardo, il piacere della contemplazione e la bellezza del contemplato.