La nostalgia del classico e l’urgenza del presente

Nell’antichità, l’area Transdanubiana era il luogo d’incontro tra la Via della Seta, passaggio tra Occidente e Oriente, e la Via dell’Ambra che procedeva da nord a sud collegando i popoli del Mar Baltico con l’Italia e il Mediterraneo. Quindi nei secoli la regione è stata una terra di passaggio, d’incontro e di scontro, di scambi culturali e di fronti di guerra.

Oggi l’Ungheria è un paese europeo e dentro questa compagine la sua identità culturale, tanto ricca di apporti, anche contrastanti, e di preziose sedimentazioni, può aspirare ad un ruolo molto importante per una svolta di modernità. Il tema di questa mostra è il risultato di una ricognizione diretta nell’area figurativa della giovane arte ungherese, erede di una tradizione artistica che oggi sta aggiornando e rivitalizzando la propria identità culturale dopo il lungo travaglio legato agli avvenimenti del 1900 con la permanenza del paese nella sfera sovietica.

Nella selezione degli artisti si percepisce il trascorrere di tre generazioni che possono essere comprese tra il 1964, nascita di Róbert Csáki, e il 1982, anno di nascita di Márta Czene.

La prima generazione, che maggiormente ha sofferto la condizione politica, è caratterizzata da un gruppo che si è concentrato con passione e rigore negli studi della grande tradizione dell’arte internazionale del passato, come si può comprendere osservando l’opera pittorica di Csáki, o le sculture di Taubert e Párkányi. Csáki, pittore di grande respiro visionario, si affida ai sogni per evocare i suoi fantasmi in carne ed ossa attraverso il ricordo di Goya e Velázquez, di Watteau e Turner… Gli scultori Taubert e Párkányi ripensano agli egizi, ai greci e alla statuaria antica per raggiungere una personale lettura della forma nella più raffinata modernità. Altri artisti, come Attila Szücs e Adrián Kupcsik, hanno letteralmente reinventato un canone espressivo personale, all’interno del linguaggio pittorico: Szücs scavando un gran vuoto attorno alle figure e agli oggetti per ricreare, nell’assenza, una rinnovata e moderna relazione; Adrián Kupcsik s’impone all’attenzione per una estrema originalità nell’indagare la posizione e la forma di oggetti, e dei paesaggi, attraverso una lucida coscienza che prende forza dai sogni, dai delirii e dalle allucinazioni.

Alla seconda generazione possiamo collegare personalità che sentono fortemente il bisogno del racconto, come Márton Takáts, Mozés Incze, Gábor Szenteleki.

Márton Takáts, un incisore còlto ed errabondo, è in possesso di una tecnica sublime; Mozés Incze è un affabulatore figurale capace di esprimere avventure umane o tematiche mitologiche fuori da una circostanza storica o temporale riconoscibile; Gábór Szenteleki vive un’ossessione creativa di grande fascinazione, spesso riconoscendo nei diversi cicli pittorici un rapporto vitale tra l’oggi e

i temi della tradizione antica.

Artisti come Dorottya Szabó, Balázs Duronelly e Judit Rabóczky, attraverso mezzi espressivi poco convenzionali, conducono l’osservatore ad una riflessione diversa sull’opera d’arte, anche sul suo destino: Szabó introduce aspetti della forma originali spesso con l’uso di materiali scelti e manipolati opportunamente; Duronelly sconvolge i termini consueti della lettura dell’opera scultorea per indurre ad un pensiero di più largo respiro; Rabóczky conduce la sua ricerca, con l’impiego di materiali residuali, passando dall’oggetto di tutti i giorni all’uomo e all’ambiente circostante. Casi isolati di riflessione intima sono impersonati da Attila Kondor, che medita sulla bellezza rinascimentale di frammenti architettonici, da Imre Elek e Borbála Szanyi, scultori affascinati dal tema della figura umana nelle sue fasi evolutive: dall’antropologia in senso lato di Elek alla bellezza, anche materiale del frammento di Szanyi. Infine un pittore estraneo ad ogni contesto che si esprime nella maniera originale di un primitivismo metropolitano: Krisztián Sándor.

Alla generazione dei più giovani, nati negli anni Ottanta, appartengono scelte stilistiche molto individuali, come possiamo riscontrare nella figurazione del quotidiano, con un pensiero a Bonnard, proposta da József Csató, passando all’espressionismo dalle forti accensioni coloristiche

di Andrea Papageorgiu e anche all’impostazione concettuale di Eszter Sipos che propone una figurazione pulita e vagamente pop, fino alla passione per il ritratto, anche animale, per l’autoritratto e per la manipolazione del fotogramma di Ágnes Verebics. Dal rapporto di riflessione sull’io di Ágnes Tóth, legata ad una estrema cura per una pittura al massimo livello significante, alla relazione letteratura-cinema, privilegiata da Márta Czene, impegnata nelle sue narrazioni impressionanti, trattate come immagine sequenza, secondo i mezzi tecnici dell’odierna comunicazione.

                                                                                             Laura Gavioli